mine_recensione_emotiva_ciakmoodSPOILER ALERT!

Ogni considerazione espressa non vuole essere tecnica o didattica, si tratta puramente di opinioni personali

Cosa mi ha fatto sentire questo film?

  • Tensione
  • Tristezza

Come ti sentiresti se dopo aver calpestato una mina antiuomo in mezzo al deserto, ti rimanesse solo: una borraccia semivuota, il rammarico di un’occasione perduta e il 7% di probabilità di sopravvivere?

Comincia così la nostra epopea cinematografica di redenzione spirituale.

Mike, il protagonista, è un tiratore scelto del corpo dei Marines in missione con il suo osservatore, nonché migliore amico, Tommy, per uccidere un elemento di testa di un’importante organizzazione terroristica. Mike non riesce a sparare, un’esitazione che gli costerà cara. Costretti a fuggire nel deserto, finiranno in un campo minato… il resto è film.

Mike è in un momento di forte turbamento esistenziale, vive con estremo vigore i drammi del suo passato e la sofferenza di non riuscire a cambiare.

Chi di noi non ha mai vissuto qualcosa del genere?

La forza del film parte proprio da qui. Ci racconta di noi, della nostra vita, delle nostre fragilità.

Il protagonista di questa storia deve attendendere oltre 60 ore per essere salvato, è stremato, il caldo lo sta consumando, i crampi, l’assenza di sonno, la disidratazione; sta lentamente morendo, ma non si abbandona. Perché? Cosa gli impedisce di farla finita?

L’amore? Non proprio.

E’ il viaggio.

Mike è immobile, metafora della nostra paura di reagire, sa che questa volta fare un passo sbagliato sarebbe definitivo; non come nella vita quotidiana, ora si vive o si muore, letteralmente.

Jung, uno dei più influenti psicoanalisti dello scorso secolo, scrisse lunghe argomentazioni rispetto al tema dell’individuazione. Il viaggio, tanto simbolico, quanto concreto, che ogni essere umano deve intraprendere per giungere al cuore della propria individualità.

E’ curioso come il viaggio di Mike parta da un momento di assoluta immobilità. La mina diventa il suo araldo, il portatore di un messaggio che non può essere più ignorato. L’elemento che per forza di cose lo costringe a mettersi sul suo cammino.

Qui il film arriva al parossismo. Tutti i fattori che lo stanno lentamente uccidendo, attivano una risposta impulsiva del corpo a sopravvivere. Il viaggio di Mike diventa un’esplorazione onirica e psicotica della sua esperienza di vita. Nelle sue visioni affronta il padre, dal quale subì svariati abusi, la malattia della madre, la sofferenza della sua fidanzata e la difficoltà di rischiare per amore.

La nostra “combo” emotiva (Tensione – Tristezza) è proprio legata a questi aspetti. La mina ci mette ansia, abbiamo paura di saltare in aria, ci chiediamo… Ora come farà con la tempesta di sabbia?, come dormirà?, come gestirà i predatori notturni? Siamo in uno stato di pressante tensione per il nostro protagonista, con il quale abbiamo sviluppato un legame, invisibile, ma inscindibile. Mike è noi e noi siamo Mike. Il miracolo dell’identificazione. E proprio a fronte di questa connessione (quasi fossimo degli Avatar) viviamo con estremo realismo tutta la sua sofferenza, che prende una parte principale del film. Leggiamo nei suoi occhi la stanchezza, la disperazione, lo sfinimento, rivediamo nei suoi pensieri il passato e i tormenti che lo hanno plasmato e non possiamo evitare di commuoverci. Mike sta soffrendo e noi soffriamo con lui.

Tutto quello che deve fare è un passo. Tutta la sua vita è stata determinata dall’interruzione di quel passo. La soluzione all’enigma della sua sofferenza sta in quel salto nel buio.

Il finale lo conosciamo tutti e non possiamo fare altro che sentirci Felici e Gioiosi.

Perché in fondo, la salvezza di Mike è la salvezza di ognuno di noi.

  • Moody –