hacksaw_ridge_recensione_emotiva_ciakmoodSPOILER ALERT!

Ogni considerazione espressa non vuole essere tecnica o didattica, si tratta puramente di opinioni personali

Cosa mi ha fatto sentire questo film?

  • Esaltazione
  • Eccitazione Adrenalinica

Andrew Garfield va in Giappone.

Parla con Dio.

Nessuno risponde.

No, non è Silence, ma il nuovo film di Mel Gibson Hacksaw Ridge (ci rifiutiamo di anteporre “La Battaglia” al titolo originale).

Film acclamato, film classico, film che per molti ha sancito il ritorno di Gibson. Ritorno da cosa però? Dietro la macchina da presa? Sì, è tornato. È oggettivo. Ritorno a Braveheart, La Passione di Cristo, Apocalypto? No. Ma doveva? Per chi scrive per niente. Ma questo film è un ritorno. È un ritorno alla vita, un riscatto umano e artistico di cui Gibson aveva bisogno. Tutto il film ha riferimenti alla sua persona, alla sua dedizione verso questo “Dio silenzioso” e all’integrità “eroica” che questo silenzio necessità per essere celebrato. E come affronta tutto questo Mel Gibson? Con Doss (Garfield) un personaggio buono, il perfetto amico della porta accanto, cristiano e praticante, un avventista ad essere precisi, che ama la sua famiglia, ama la sua ragazza con quella ingenuità che basta a far dire “ti amo” dopo un semplice scambio di sguardi. Tutta la prima parte del film è questo: uno straripante buonismo che riesce ad impregnare le immagini, anche quando in scena c’è il padre di Doss (uno stupefacente Hugo Weaving) ubriaco e violento nel contesto familiare, che in realtà non è altro che la raffigurazione di Gibson nell’ultimo periodo. Con i suoi tormenti. Con le sue domande. Con la sua paura di non saper amare chi gli sta intorno. Anche in queste scene tristi, condite da un personaggio ancora più triste, c’è comunque sempre il buonismo e lo accettiamo. Perché è un buonismo di riscatto e Gibson ce lo ricorda, attraverso lo sguardo di Doss (sia da piccolo che da adulto) con una gioia, quasi infantile e ingenua appunto, che possiamo definire pura.

Però siamo nell’America del 1945. Il titolo italiano parla chiaro: La Battaglia di Hacksaw Ridge. Dov’è quindi la guerra? La guerra è sempre presente. Anche in questo contesto familiare (il padre è un reduce della grande guerra da cui non si è mai ripreso mentre il fratello si è appena arruolato). Anche nel corteggiamento della splendida Teresa Palmer da parte di Doss (lei è infermiera nel reparto di un ospedale in cui non fanno altro che arrivare giovani militari tornati a casa con lacerazioni, gambe deturpate, visi deformati dalle granate.) La guerra quindi è un contesto sociale sempre presente. Ed è in questo contesto che Doss decide di fare la sua parte: arruolarsi e andare in guerra, ma come medico. E soprattutto, decide di non toccare in nessun modo un’arma. Inutile dire quanto questo diventerà materiale di scontro durante l’addestramento prima di essere inviati a Hacksaw Ridge, con casi di nonnismo dai suoi compagni di camerata e ostruzionismo da parte del Sergente in comando (Vince Vaughn, che fa il verso senza nasconderlo al Sergente Hartman di Full Metal Jacket) che ci faranno provare una rabbia istintiva contro questi soprusi a cui Doss è costretto sottostare. Sì, è costretto. Ma da chi? Dalla sua integrità, che sfocia quasi nell’orgoglio più ostinato, a non piegarsi e abbracciare l’idealismo militare. Perché lui vuole andare in guerra e fare la sua parte, ma senza uccidere. Lui vuole salvare la vita dei suoi compagni nel momento in cui si troveranno in difficoltà sul campo di battaglia. E ne avrà di lavoro.

Eh sì, perché una volta finito l’addestramento e arrivati a Hacksaw Ridge, Gibson ci scaraventa nell’inferno battagliero più adrenalinico degli ultimi anni. Era dai tempi di Black Hawk Down che non si viveva una percezione così realistica della guerra. Un primo scontro dove la colonna sonora non sono altro che esplosioni, fischi di proiettili, urla di dolore, urla di battaglia, il suono della carne maciullata dai colpi (che ad alcuni potrà dare un senso di disgusto così forte da voler chiudere gli occhi). Un vero inferno che ci darà l’eccitazione adrenalinica tanto attesa e promessa dal trailer.

Sarà uno scontro mortale quello a cui vanno incontro gli americani e che li costringerà a ritirarsi con solo 32 uomini rimasti. Ma indovinate un po’ chi non si ritira? Doss, coerente e integro (fino ai limiti dell’accettazione del pubblico) con il suo scopo: salvare vite. Lui rimarrà lì, nel campo di battaglia e porterà in salvo più di 70 uomini feriti, completamente da solo, facendosi forza con la frase: “Dio, aiutami a salvarne un altro, solo un altro.”

Sarà una notte lunghissima, fino all’alba, dove non possiamo fare altro che ammirare quasi increduli, la storia di questo uomo qualunque, che non ha il fisico da eroe, né la faccia, un uomo comune che però ha il cuore pieno d’amore verso il prossimo. Il sacrificio è l’estremo gesto d’amore che lui è venuto a dare. E con cui ha reso un servizio al suo paese.

Certo, è un film perfettamente schierato nel buonismo americano. Un buonismo che non ci appartiene e che in alcuni casi potremmo definire “americanata”, Ma se usciamo fuori dal desiderio di etichettare con un “se vabbe” tutto ciò che non ci appartiene culturalmente e spiritualmente, ci faremo colpire in pieno petto dall’ammirazione di una storia vera, raccontata con realismo, con rispetto e con un messaggio di riscatto artistico da parte di Mel Gibson.

Sarà tornato quindi? Se guardate bene non se n’è mai andato.

  • DannyBoy –