solo_la_fine_del_mondo_recensioni_emotive_ciakmoodSPOILER ALERT!

Ogni considerazione espressa non vuole essere tecnica o didattica, si tratta puramente di opinioni personali

Cosa mi ha fatto sentire questo film?

  • Tensione
  • Tristezza

Come direbbe Mr. Wolf nel Pulp Fiction del buon Quentin….. “Ma allora sei veramente un bambino prodigio!” Ebbene sì. Xavier Dolan fissa anche questo ennesimo punto, confermando ciò che si poteva già intuire qualche capolavoro fa, ovvero: è un genio e la regia è il suo dono.

E’ solo la fine del mondo è un film molto semplice: un uomo sta tornando a casa dopo 12 anni per dare ai suoi famigliari una notizia importante.

Il suo arrivo sarà determinato da una serie di reazioni contrastanti e caotiche: dal rancore alla felicità più smisurata, passando per la paura e l’imbarazzo. Un caleidoscopio di emozioni che giunge a noi spettatori sotto forma di disagio e frustrazione.

Comprendere a fondo l’evoluzione delle emozioni in questo film, richiede un’attenzione specifica alle dinamiche familiari.

Louis è il nostro protagonista in viaggio. Viene accolto dalla madre, da Antoine (suo fratello maggiore), Suzanne (sorella minore) e Catherine (moglie di Antoine).

Antoine interpretato da un Vincent Cassel in stato di grazia: è un tipo iroso e la presenza del fratello lo destabilizza a tal punto da rendersi insopportabile in ogni sua iniziativa o espressione. Suzanne invece è curiosa di vedere e conoscere questo fratello idealizzato, quasi mitologico, osannato dal resto della famiglia come genio. Tentativi di connessione, quelli di Suzanne, che risultano teneri e dolcemente impacciati, come proporgli di fumare erba con lei.

La madre, invece, è una donna sopra le righe, apparentemente distante, concentrata sul pranzo e sulla necessità di far andare tutto bene, consapevole dell’assoluta eccezionalità di quell’evento.

Infine Catherine, la nostra valvola di sfogo.

“In che senso?” cit.

La dinamica relazionale tra i 4 è serrata, chiusa e frenetica. E’ attraverso Catherine che Dolan sceglie di comunicare con noi. Lei apre i primi spiragli in Louis. Attraverso discorsi apparentemente circostanziali che culminano in sguardi così intensi da risultare laceranti.

Catherine ci mette di fronte alla sofferenza. Sarà da quel momento che la tensione del film crescerà in modo esponenziale, diventando quasi un “thriller esistenziale”.

Ora siamo consapevoli dello scopo di quella visita e del peso che Louise si porta dentro. La nostra continua attesa del momento in cui quel calvario, mascherato da pranzo della domenica cesserà è il motivo che ci tiene incollati alla sedia, travolti da un turbine di stress e frustrazione.

Dolan affronta questo tema come se fosse un direttore d’orchestra. Tutto scorre come una sinfonia perfetta, l’esecuzione irreprensibile, il messaggio devastante. La conclusione sboccia nel modo più naturale, trasportandoci verso un epilogo che tocca le note più basse della disperazione.

Antoine, comprende a fondo le ragioni di quel silenzio assordante, ma ciò non gli impedisce di perdere il controllo, vuole che il fratello mantenga la bocca chiusa, anche a costo di spaccargliela a pugni. Nessuno deve soffrire. Amare significa proteggere, e questo lo sa bene chi non se n’è mai andato.

(A questo punto siamo in una valle di lacrime.)

L’uccellino muore, metafora altissima.

Immagini sempre più sfocate.

Stacco.

Capolavoro.

  • Moody –