arrival_recensione_emotiva_ciakmoodSPOILER ALERT!

Ogni considerazione espressa non vuole essere tecnica o didattica, si tratta puramente di opinioni personali.

Cosa mi ha fatto sentire questo film?

  • Tensione
  • Tristezza

La conoscenza è dolore. La conoscenza è potere. La conoscenza è la vita.

Si potrebbe racchiudere così Arrival, un film che pone la consapevolezza del comunicare al centro della narrazione per poi, purtroppo, far collimare tutto in una struttura circolare e con un’emotività che odora troppo di già visto. Non per questo il film non si eleva da tanti altri film sulla fantascienza, anzi: per una volta negli ultimi anni la fantascienza torna a toccare corde umane senza essere pretenziosi e melensi (Interstellar ne è un caso lampante). Della trama non dirò molto, tranne che arrivano gli alieni e, preso dal panico, il governo americano cerca un modo per comunicare con i nuovi visitatori per riuscire a capire un’unica cosa: sono ostili o amichevoli?

Tornando alle emozioni, ho scritto tensione e tristezza. Be, la prima è molto ovvio ed è incentrato nella prima metà del film (tolto i primi cinque minuti). Infatti seguiremo i protagonisti, la linguista Louise Banks (Amy Adams) e il fisico teorico Ian Donnelly (Jeremy Renner) nei loro primi contatti con la razza aliena, in un susseguirsi di sequenza suggestive e piene di tensione, la stessa provata da Louise appena muove i primi passi senza gravità nei “gusci” alieni.

In questo non si può dire nulla a Denis Villeneuve, perché la realizzazione visiva è sempre d’alto livello, anche se il vero fiore all’occhiello, per quanto può sembrare strano in un film di fantascienza, non è quello che si vede ma quello che “non” si vede. Infatti è il sonoro lo “sguardo” scelto da Villeneuve. Insieme a Jòhannsson scelgono un tappeto sonoro fatto di frequenza basse che ci colpiscono forte e ripetutamente lo stomaco dello spettatore (proprio dove percepiamo i bassi, la parte bassa dell’addome), alzando in noi quindi il livello di ansia per quello che il primo “contatto alieno” porterà. Le musiche però hanno un messaggio ben distinto nel film oltre che da tappeto sonoro. Infatti in alcuni pezzi la colonna sonora è rappresentata da suoni simili ai versi degli alieni, facendoci quindi essere costantemente in comunicazione con loro. Basta chiudere gli occhi e lasciare che quei suoni ci parlino. Ed è quello che accade. Ma non ce ne rendiamo conto, come succede al resto delle nazioni “invase”. Non ascoltano veramente e non comprendono il vero messaggio.

Ora arriviamo alla seconda emozione, la tristezza, sicuramente la più controversa e quella in cui Denis gioca sempre bene, anche se in modo un po paraculo.

Tutto inizia nei primi cinque minuti di film di cui parlavo prima: sono decisamente un primo colpo sferrato allo spettatore notevole, grazie…e forse soprattutto…per la musica di Max Richter (definita il brano musicale più triste di tutti i tempi). Il vero problema della tristezza è che Villeneuve sceglie di farcela arrivare cerebralmente e non visceralmente. Questo è sempre un rischio perché se si costringe lo spettatore a usare la mente per captare un’emozione così profonda e vibrante come la tristezza, rischi sempre di scontrarti con la razionalità, ed in questo la sceneggiatura di Arrival ne esce perdente.

Perché questa tristezza ci arriva mentalmente? Perché la “scopriamo” piano piano. Va compresa, proprio come una lingua…il problema è che, come detto ad inizio recensione, la conoscenza è dolore, ma è anche un’arma a doppio taglio. Cerchiamo di capire perché. Le visioni del futuro che Louise ha di tanto in tanto infatti mostrano fin troppo presto il dramma a cui andrà incontro e la futura relazione con il co-protagonista del film, un inutile Jeremy Renner. (come d’altronde anche il personaggio di Forest Whitaker,,,In effetti, forse, il problema più grande della sceneggiatura è nel piattume dei personaggi e nel loro essere stereotipati. Tutti approssimativi o al servizio di Louise, come se il loro futuro non contasse nulla).  Queste anticipazioni non permettono lo stupore necessario né permettono all’emozione di colpirci, perché ce l’aspettiamo e l’accettiamo. Ma perché Louise ha delle visioni durante il suo studio sul linguaggio degli alieni? Questa è la parte interessante, quantomeno affascinante. Lo studio del linguaggio, la filosofia che c’è dietro alla conoscenza di un qualcosa che non ci appartiene e all’esasperazione dell’ipotesi che il linguaggio conosciuto e utilizzato determina il modo di pensare. Ed è questo che accade: la comprensione e conoscenza del linguaggio alieno darà a Louise l’opportunità di vedere nel futuro, perché loro stessi, nel loro linguaggio circolare e universale, hanno una conoscenza e consapevolezza del futuro non da un punto di vista scientifico ma quasi come una predestinazione. Infatti Louise lo accetta, a prescindere dal dolore che subirà (la morte della figlia che avrà anni dopo per una male grave). Perché Louise, non ancora madre, imparerà a conoscere l’amore materno attraverso le visioni e deciderà lo stesso di avere la bambina, perché quei pochi attimi di vita condivisa, di amore straripante che solo una madre può provare, è un dono di cui lei non vuole privarsi. Una scelta egoista, visto il male che le persone che ha intorno proveranno e neanche troppo condivisibile. Ma chi può comprenderlo se non una madre? Torniamo alle visioni.

In queste visioni però ci sono delle incongruenze…e qui torniamo al discorso che il film sceglie una via mentale e non di pancia. Infatti se nelle visioni con la figlia la sua lei del futuro è consapevole di quello che sta vivendo, perché quando ha la visione con il generale Cinese (che ovviamente anche qui sono incazzati come un toro che hanno provato a mungere e sempre pronti alla guerra aperta contro gli invasori) lei non è consapevole né a conoscenza della telefonata che lui dice di aver ricevuto da lei nel passato? Voglio precisare che questa telefonata impedirà alla Cina di dichiarare guerra agli alieni, quindi non una telefonata da poco. Purtroppo i paradossi temporali è veramente difficile raccontarli e in questo il film scricchiola. Come anche nel dono che gli alieni concedono all’umanità: il linguaggio universale. Il linguaggio di apertura mentale e temporale. Loro sono venuti ad insegnarci (per poi venire aiutati da noi fra 3000 anni, quindi è giusto parlare di scambio) attraverso Louise. Perché, appunto, il linguaggio che si usa influirà sul modo di pensare. E grazie al loro linguaggio Louise ha appreso il suo futuro, potendo avere così la possibilità di cambiarlo. Ma è futuro questo o destino? Come può essere futuro se è solo “un” futuro? Durante le nostre giornate le scelte sono così innumerevoli che ogni istante modifica quello successivo. E soprattutto, i nostri futuri sono intrecciati tra di noi. E le nostre scelte per cambiare il nostro futuro, qualora volessimo farlo, dovrebbero andare ad influenzare anche chi ci vive intorno. Quindi, questo dono che gli alieni sono venuti a darci, è veramente un dono? Nel film è chiamata “arma”, perché è questa la conoscenza. Un’arma. Louise in alcuni visioni si vede che insegna il linguaggio universale al mondo e poi ne pubblica un libro. In poco tempo questo linguaggio sarà ovunque quindi, dando la possibilità a chi riesce a comprenderlo veramente di vedere oltre. Di portare la propria consapevolezza in avanti e vedere cosa l’aspetta. Ma l’umanità è veramente pronta per una cosa del genere?

  • DannyBoy –